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Maddalena De Padova tra ricordi e aneddoti ricostruisce la nascita e la storia dell'azienda nata un'estate del '55.
Dal volume "è DePadova 50 anni di design. Intuizioni, passioni, incontri"
Federico Motta Editore




 
Prima parte
 
Seconda parte
 
Terza parte


Maddalena e Fernando De Padova
Maddalena e Fernando De Padova
La nascita di De Padova raccontata... Tutta d'un fiato

Prima parte

di Didi Gnocchi  

Milano, piazza Duomo. 1955. Estate. Esterno giorno.
Maddalena e Fernando hanno poco più di vent'anni.
Sono a bordo di un'Alfa Romeo 1900. È l'auto di Maddalena. Una macchina sportiva. È il nuovo gioiello uscito quell'anno dalla fabbrica del Portello.
In una "Settimana Incom" proiettata in quei giorni nelle sale cinematografiche, Gina Lollobrigida la guida al "Rally del Cinema". Anche due miss del concorso di bellezza Abruzzo e Molise si fanno fotografare sull'Alfa 1900.
Fernando ha una Lancia Aprilia. La prima auto con motore a 6 cilindri. Quell'estate rimarrà in garage.
Al semaforo di piazza Duomo l'Alfa rallenta. Nel bagagliaio ci sono due valigie di cuoio chiaro. Due settimane di vacanza a Rapallo: costumi, abiti leggeri, lino e cotone.
Fa caldo e i finestrini sono abbassati.
Maddalena guarda la città già semideserta. Il semaforo è rosso.
"Fernando…"
Lui si volta a guardarla sorridendo. Non accenna neppure a dire un semplice "sì".
La conosce, sa che quel modo di chiamarlo è l'inizio di un flusso di pensieri e di idee che nulla e nessuno potrebbe interrompere.
"Fernando, ma perché invece di andare a Rapallo non andiamo al Nord, a Copenhagen? Ti ricordi quei meravigliosi mobili scandinavi che abbiamo visto alla Triennale? E quella ciotola di legno chiara, perfetta... te la ricordi?"

È andata così Maddalena?
Ride e si commuove Maddalena De Padova a quel ricordo di cinquant'anni fa. Un po' l'inizio di tutto, un po' lo svolgersi di qualcosa già scritto tanto tempo prima nella vita di una bambina di nove anni che, tornata da scuola disse alla madre:
"Non ci vado più."
"Non vai più dove Maddalena?"
"Non vado più a scuola."
"E perché per grazia di Dio?"
"Perché non imparo niente, perché il maestro non mi piace e non mi spiega nulla che non sappia già."
"Allora, mia cara, se non vuoi andare a scuola, andrai in collegio."
E non ci andai più davvero, - racconta oggi Maddalena - mi mandarono in collegio, a Milano, dalle Benedettine, dove mi ritrovai in stanza con Gae Aulenti. E in quella scuola dove mi sembrava di perdere tempo non riuscirono più a farmi mettere piede.
E naturalmente così fu anche quel pomeriggio del '55. Fernando la portò a Copenhagen?
"Neanche ci provò a farmi cambiare idea. E poi perché? Ci piaceva viaggiare insieme, senza fretta, fermandoci a mangiare una fetta di torta, a riposare su un prato. Ma soprattutto avevamo cominciato a scoprire cose nuove e a innamorarcene. E non c'è niente di più bello che fare le cose con la persona che si ama. Avere un traguardo, superare i problemi e raggiungerlo insieme.
Anche con Vico Magistretti che è entrato nella sua vita molti anni dopo la morte di suo marito è stato un po' così.
Ho avuto la fortuna di lavorare coi miei compagni di vita. Mio marito se n'è andato molto presto. In comune avevamo una meta. Quelli erano gli anni della ricostruzione, tutto era da fare, da inventare, da capire. Ci muovevamo in un mondo nuovo, sconosciuto. Ma eravamo entrambi molto curiosi e continuamente travolti dalle novità. E poi, quando si è molto giovani si crede nelle persone, senza filtri, senza dubbi. E se ti affianchi a chi è più bravo di te impari molto ma capisci anche quali sono i tuoi limiti. Fernando si occupava di impianti sciistici, di seggiovie, di alberghi e di sport. L'ho conosciuto sciando. Ma gli ho detto da subito che non volevo vivere in montagna. Così siamo venuti a Milano. Abbiamo affittato un piccolo negozio in via Montenapoleone che vendeva porcellane inglesi, Wedgwood e altre, tappeti Tumbel Twist e ferri battuti. Piccolissimo: 60 metri quadrati su tre piani. Ma che entusiasmo avevamo! E poi Fernando aveva una vena poetica, capiva e mi seguiva.
Con Vico ci siamo conosciuti quando già le nostre vite professionali erano definite. È stato un incontro casuale tra persone con gli stessi interessi: arte, cinema, architettura, grafica. Ci piaceva andare a vedere insieme mostre, spettacoli, progetti in costruzione. È con lui che ho cominciato a produrre mobili: la seconda vita della De Padova. Ma questo accadde molti anni dopo...
Torniamo a quella mattina del '55 in piazza Duomo?
Cambio di programma. Da Rapallo a Copenhagen in 48 ore. Eccitati da tutto quello che vedevamo per la prima volta, ma completamente congelati perché faceva un freddo cane e in valigia non avevamo neanche un maglione (ride).
Il Nord era la luce, lo spazio, la semplicità che, come dice sempre il Vico, È la cosa più difficile del mondo. Le pareti bianche delle case per dare ancor più luminosità, i pavimenti chiari... Noi eravamo abituati allo stile monumentale, a quelle case milanesi buie, con i mobili antichi, di legno scuro, le tende pesanti alle finestre... quello era davvero un altro mondo. La modernità in quel momento abitava lì.
È in quel viaggio che ho visto per la prima volta i lavori di Bojesen, di Finn Juhl, di Hans Wegner, di Børge Mogensen, di Poul Kjærholm, i tessuti e i tappeti di Unika Vaev. Negli anni li ho conosciuti, sono stata nelle loro case, nei loro studi, ho capito il loro modo di vivere...
Vuol dire che il design danese è arrivato in Italia partendo da Piazza del Duomo? Che quello è stato una specie di viaggio iniziatico?
È così. Tutte le cose della mia vita le ho scoperte viaggiando. A Copenhagen comprammo una libreria di Finn Juhl, un bellissimo tavolo e un divano che ci facemmo spedire a Milano con un container. In autunno li abbiamo esposti nel negozio di via Montenapoleone. Era la prima volta che arrivavano in Italia. Una rivoluzione e anche un rischio, ma c'era una tale voglia di cambiare in quegli anni. Voglia di cancellare il passato, la guerra, voglia di divertirsi. E così si modificava anche la casa, il modo di abitare.
Ma come li sceglieva gli oggetti Maddalena?
Come ho sempre fatto. Sceglievo quello che mi piaceva. Ero come fulminata da certi mobili, da quelle linee, dalla diversità. Avevo, credo, un senso estetico istintivo, non sapevo nulla di architettura, di design: diciamo che sapevo perfettamente quando una cosa era brutta...


Barzio, Valsassina, 1940. Autunno. Interno giorno.
In una stanza di una casa di montagna arredata con mobili del '900, seduta a una scrivania c'è Maddalena, una ragazzina di una decina d'anni. Ha un libro aperto davanti, da più di un'ora sempre alla stessa pagina.
Si apre la porta ed entra la madre:
"Come va Maddalena?"
"Non riesco a studiare, non riesco a fare niente."
"Perchè?"
"Perchè non mi piace questa stanza, mamma."
"Ma cosa c'entra con lo studiare? Non ti piace la stanza, non ti piace il golf a maglia che ti ho fatto, neppure il cappellino..."
La mamma esce dalla stanza, mentre Maddalena continua a ripetere:
"Sono brutti, mamma..."
Rimasta sola nella stanza, Maddalena si guarda intorno. Poi d'improvviso si alza e si avvicina all'unica cosa che considera bella: un vaso di ceramica bianco e marrone.
Esce in giardino e comincia a raccogliere delle foglie di acero con cui riempie il vaso.
Rientrata in camera posa il vaso sulla sua scrivania, davanti ai libri:
"Ecco. Adesso posso concentrarmi".

De Padova che nasce dall'istinto puro di una ragazzina?
Questo episodio fa capire il mio modo di ricordare le cose. E' strano, no? Accedo alla memoria attraverso il ricordo delle cose brutte e delle cose belle.
Comunque, l'istinto non sarebbe bastato se non avessi avuto una tendenza quasi maniacale ad andare a fondo delle cose. Volevo sapere, volevo capire: e l'istinto senza conoscenza rischia l'esaurimento. Devi stare con chi sa più di te, con persone che ti spiegano... nessuno può imparare da solo. Sono stati gli incontri, con gli oggetti e con le persone, a fare la storia di De Padova: Finn Juhl, George Nelson, Castiglioni...e le connessioni, come diceva il mio amico Eames.
Eravamo rimasti a quell'estate del '55, al ritorno a Milano...
... e i container che arrivarono dal Nord, in autunno, con questi nuovi mobili da vendere. In quello spazio totalmente inadatto di via Montenapoleone. Ma la cosa più divertente fu quando cominciarono a venirmi a trovare i produttori e gli architetti danesi. Arrivavano al negozio e dicevano:
"Dove sono i suoi department store, miss De Padova?"
E io:"È questo il mio department store".
E loro si guardavano intorno perplessi: quei 60 metri quadrati? Non ci volevano credere. In Danimarca avevano già negozi importanti come Den Permanente e Illums Bolighus. Non capivano come facessi a vendere con uno spazio espositivo così ristretto. Mi ero inventata le vetrine come fossero ambienti di una casa, cercando connessioni tra le cose, suggerendo un modo di accostare mobili, tappeti e tessuti. Molto tempo dopo, ho scoperto che a New York, la Laverne, un'azienda con cui avremmo poi lavorato negli anni '70, aveva cominciato ad allestire lo showroom sulla 57ma strada con queste stesse idee, cioè accostando pochi mobili alle opere di amici artisti.
Comunque c'era l'esigenza di uno spazio più grande e così abbiamo affittato un locale di 500 metri quadrati sui Navigli.
E Milano come reagiva a questo nuovo modo di fare le vetrine?
Beh, è stato un successo incredibile, soprattutto con gli architetti che cercavano idee nuove per i loro clienti. Abbiamo risposto alla voglia di cambiamento che si respirava in giro. Mi ricordo, per esempio, come piacque una sedia di Poul Kjærholm e, in generale tutti quei mobili, perchè erano semplici, pratici, proponevano un modo di vivere con leggerezza, ma autentico. E poi quelli erano anni molto allegri. Avevamo voglia di divertirci. Di andare a ballare la sera. Fernando, mio marito era molto socievole. Andavamo in un locale dove cantava Peppino di Capri. Eravamo una bella coppia e Di Capri spesso si avvicinava a noi e cantava vicino al mio orecchio. Sono ricordi di un'epoca irripetibile, ma non solo per la nostra giovinezza. È che i nostri 20 anni hanno coinciso con l'adolescenza di questo paese. E di sicuro chi aveva allora la possibilità di viaggiare, la curiosità e la capacità di vedere, partiva avvantaggiato.
In quegli anni così pieni Maddalena e Fernando hanno anche due figli: Valeria e Luca. Difficile immaginarla in versione mamma. Mai pensato di lasciare tutto e fare la casalinga?
Ma no. Io ho sempre voluto essere indipendente. Anzi è sempre stata una fissazione. Non ho mai pensato neppure per un minuto di rimanere a casa. E questo un po' lo devo anche a mia madre che, sì, stava a casa, ma non era certo una casalinga. Non le piaceva insomma, e si vedeva. E io casalinga proprio non mi sono mai immaginata. Neppure da bambina. Mai.





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