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Dal Tromeau ai mobili nordici: la Milano dagli anni '50 ad oggi


Il primo negozio De Padova di via Montenapoleone
Il primo negozio De Padova di via Montenapoleone
La rivoluzione di Maddalena
di Natalia Aspesi
  

Negli anni '50 a Milano trionfava il troumeau: nelle case abbienti era spesso, ma non sempre, prezioso, autentico, d'epoca, nelle altre veniva, completo di finti tarli e istantanea usura degli anni, dai laboratori del legno di Cerea e altri meritori paesi di artigiani. Alle pareti, ottocentesche pastorelle con mucche o vedute di Venezia tipo Guardi, ma anche, arditamente, nelle case dei nuovi intraprendenti professionisti di successo, certe modernità come i dipinti di Migneco o Fiume o altri pittori del momento.
I miei primi passi di giornalista, agli inizi degli anni '60, mi portarono nelle case di periferia dei genitori di presunti assassini o di cantanti di fama improvvisa: e anche qui, i bilocali tendevano ad assomigliare a Versailles, stipati di mobiloni in stile barocco con molti marmi e dorature. Il letto matrimoniale di prammatica, per i giovani sposi, aveva quasi sempre la testata di raso possibilmente verde salvia, con cornice di grosso legno dorato a riccioli e volute.
L'entusiasta imprudenza di Maddalena De Padova fu dunque massima: mettere in mostra nelle vetrine del suo negozio milanese oggetti lisci, semplici, mobili bianchi, cose da cucina come fossero costose opere d'arte, che provenivano da luoghi non ancora entrati nel cerchio del gusto, con firme ostiche quali Finn Juhl o Poul Kjaerholm, era un bell'azzardo, in quegli anni.
Perché già i nostri architetti celebrati nelle tante riviste del ramo, che volevano eliminare tendaggi di velluto e cassettoni di qualche non specificato Luigi, erano ascoltati con molta diffidenza; e le nuove generazioni che si affacciavano impazienti alla dirompente società del boom economico, avevano un'idea diversa del cambiamento, della rivoluzione, anche nell'arredamento: semplicità sì, ma col materasso buttato per terra, rigore sì, ma con le cassette di frutta come libreria. Iniziava il breve periodo del pauperismo giovanile, politico e intellettuale, e gli Alvar Aalto e i Sarinen, pur luminosi come il sol dell'avvenire e in grado di far rizzare i capelli ai padri da abbattere, erano troppo cari per chi marciava per il Vietnam e occupava l'università.
Eppure non era stata solo una personale scoperta e passione della grande signora del design: era stata un'intuizione, una preveggenza, di quella voglia di nuovo, di quella democratizzazione almeno apparente del paese, persino di quelle speranze, che avrebbero fatto spalancare le finestre sulla luce italiana, tanto più solare di quella nordica, e imbiancare le pareti, e spazzare via antichità mediocri e ingombranti, e insegnato a desiderare una casa aperta al design scandinavo, americano, soprattutto italiano.
Dieci anni dopo non c'era dimora della buona borghesia che non avesse almeno una poltrona di Eames o una lampada di Castiglioni, le sedie di Magistretti o le librerie di Rams. Poi si sa, tutto è diventato moda, anche nell'arreddamento, cioè soggetto alle ansie di un continuo cambiamento per arrivare primi e contemporaneamente far parte di.
Maddalena è stata subito al gioco, anzi l'ha iniziato lei: quando attraverso l'americano George Nelson, scoprì il singolare movimento religioso ottocentesco, da noi allora sconosciuto, degli Shakers, per i quali, come del resto per Maddalena De Padova, il frivolo, la decorazione inutile e arbitraria, 'vengono dal demonio.'
Le signore, incantate, impararono in fretta il modesto nome da bar, e ancora oggi, quando vanno a Londra, corrono nel negozio Shaker a comprare nudi pezzi di legno di costo esorbitante. Da allora è il sempre più grande negozio d'angolo di Corso Venezia a tenere a bada le mode della casa, scovandole, inventandole, esponendole, con le firme dei sempre nuovi architetti e designer: e intanto i pezzi che avevano incantato la giovane Maddalena sono diventati classici come un Giorgio X o un Biedermayer, per loro sik è inventato il marchio di modernariato, e vengono contesi alle aste e alle mostre di antiquariato.





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