Architetto Magistretti mi racconta un po' della sua famiglia, della sua nascita?
Io sono nato in una famiglia borghese, della media borghesia. Mio nonno faceva il professore di liceo, e poi mio padre ha fatto l'architetto. I miei vari zii hanno formato famiglie numerose, uno aveva una grande impresa di ricostruzioni, un altro ha fondato la Generale Immobiliare, poi è morto in un incidente di macchina.
Invece il mio bis bisnonno, di un'altra famiglia, ma comunque di discendenza femminile, era l'architetto Gaetano Besia, che ha fatto il bellissimo Collegio Reale delle Fanciulle, e Palazzo Archinto. Poi ha progettato l'Arco, mi pare, di Porta Nuova, e, ancora, si è occupato della costruzione del palazzo all'angolo di via San Pietro all'Orto con corso Vittorio Emanuele, insomma diversi edifici.
Quando vengono qui degli stranieri, mi diverte molto fargli vedere che questa casa l'ha fatta mio padre, che la casa di fianco l'ho fatta io, e che la casa vicino ancora l'ha fatta il mio bis bisnonno.
Mi racconta se e come il fatto di venire da una famiglia di architetti ha influenzato la sua scelta e la sua vita?
Guardi, credo di aver avuto una gran fortuna in questo senso, anche perché mio padre faceva parte di un'altra generazione, quella, diciamo, del '900 italiano, con la quale io non ho avuto nulla da spartire, io sono partito da zero e questo credo mi abbia aiutato moltissimo.
Quindi io ho potuto automaticamente far parte del movimento razionalista italiano. Ricordo, per esempio, quando ho fatto il primo schizzo ex tempore, una cosa formale con i cavi tesi che tenevano sù una tettoia di metallo, l'ingresso di un'esposizione. Quando mio padre l'ha vista è giustamente inorridito, e mi ha rifatto un disegno con archi e colonne, fatto benissimo, disegnava in una maniera straordinaria, e mi ha detto "ma non puoi portare lì questa roba".
Si è sentito in un certo senso obbligato a scegliere la professione di architetto?
Credo fermamente che chi riesce a trovare la propria espressione di vita abbia la più grande fortuna del mondo, quella di aver fatto il lavoro che gli piace. Per quel che mi riguarda, ancora adesso a me quello che faccio piace moltissimo, anzi mi piace ancora di più.
Mi potrebbe parlare della sua istruzione, del suo iter scolastico?
Sono maturato relativamente tardi, pensi che sono arrivato a 20-22 anni che non sapevo neanche chi fosse Hemingway, non sapevo neanche lontanamente chi fosse Kafka. Queste le limitazioni culturali che hanno pesato sulla mia vita da giovane.
Mi può raccontare i suoi anni del liceo, sono stati importanti?
Aver avuto un'istruzione classica è stato, a mio avviso, molto utile, intanto perché ti dava dei lampi di bellezza, prenda Saffo per esempio, e alcune cose di Ovidio, pur essendo io immaturo, capivo che c'era qualche cosa di interessante. E poi, soprattutto, molto di più il latino che non il greco.
Che cosa le ha insegnato il latino che ancora ricorda?
Il latino è stato estremamente importante per il mio lavoro, come per tutti i lavori. Infatti, io, che fra l'altro, insegno a Londra, mi accorgo della mancanza di istruzione classica nella stragrande maggioranza dei ragazzi inglesi, non hanno nessun tipo di cultura generale di matrice classica. Sanno benissimo molte cose, ma alle volte quasi non sanno chi è Shakespeare, adesso probabilmente esagero, però pressapoco è così.
Il latino, che infatti è una lingua straordinaria, dà un vero e proprio cambio alla mente, perché ti porta a distinguere, come concetto di base, quello che è assolutamente importante, anzi importantissimo, da quello che è meno importante, e quello che, ancora, può essere così così: per esempio, mettere il verbo in fondo, non è quello che conta, però ti dà l'idea che nella vita ci sono delle cose estremamente importanti e delle cose che seguono. Se hai sbagliato quella importante, tu puoi fare benissimo quelle che seguono, ma purtroppo non funziona.
Questo è un insegnamento latino.
Cosa mi dice dell'università?
La mia università è stata in un certo senso parziale perché ho fatto fino al terzo anno a Milano, e poi c'è stata la guerra.
Dopo l'8 settembre ho dovuto cercare di andare da una parte o dall'altra. E poi ho avuto la fortuna, dopo un certo tempo, di trovare attraverso Colonnetti, professore di Scienze delle Costruzioni del Politecnico di Torino, la possibilità di essere aggregato al campo universitario di Losanna. E lì ho fatto qualche esame. Poi sono tornato e mi sono laureato all'inizio dell'agosto del 45.
Si ricorda di qualche docente in particolare, qualcuno che le ha insegnato cose veramente importanti per la sua vita?
Devo ammettere di non avere un grande ricordo degli insegnanti. Meglio, ho il ricordo di alcuni insegnanti. Per esempio ricordo una professoressa che mi ha fatto capire, con mio grande piacere, la matematica per un trimestre. Poi mi sono dimenticato quasi tutto. Avrò fatto, non so, 25 esami scientifici al Politecnico, con la media del 30, 30 e lode, adesso non mi ricordo neanche gli argomenti. Perlopiù, quindi, mi ricordo di gente che mi ha insegnato male. Mentre quella di matematica mi aveva insegnato bene; per lei, infatti, nutro una gratitudine infinita, tanto che quando ho iscritto i miei figli al Parini sono andato a chiedere a lei in che sezione dovevo metterli.
Come vede, quindi, la sua preparazione?
Per onestà devo ammettere che sono uscito dall'università che non sapevo come attaccare una trave ad un pilastro.
Mi sono rimboccato le maniche e a poco a poco ho imparato.
Se dovesse fare un bilancio dei primi anni di lavoro?
Certamente è stata una vita difficile, una vita di sacrifici perché ho cominciato a lavorare in un paese che era distrutto. In quel momento, più che mai, anche le preoccupazioni economiche erano importanti.
Ho dovuto cercarmi del lavoro, per fortuna alcune persone si sono fidate di me, ho costruito moltissimo. E poi ho cominciato a dividermi tra l'architettura ed il design, come faccio ancora.
Torniamo al dopoguerra, com'era la Milano che ha trovato al suo ritorno, in che cosa era cambiata?
Quando ho ripreso a vivere a Milano, dopo l'agosto del '45, mi sono trovato in una città molto diversa da quella di prima.
Era una città di speranze, una città viva, dove c'era una grande comunicazione professionale, le informazioni giravano realmente, non come adesso.
Quindi una città piena di promesse e di speranze, tutte mantenute?
Sicuramente è stata una Milano che si è sviluppata. Bisogna pensare che il nostro paese è diventato un modello, un esempio di sviluppo incredibile, nonostante le porcate fatte, persino maggiore di quello del sud-est asiatico.
Negli anni '60 inizia l'epoca d'oro del design Italiano, nello stesso tempo lei disegna molti degli oggetti che l'hanno reso famoso e che ancora oggi sono in produzione, me ne parla?
Nel dopoguerra c'è stato il fenomeno dell'Italian design, figlio diretto del movimento Razionalista, nato attraverso un intervento molto motivato, e che è stato un fatto unico al mondo, in cui la produzione è venuta dagli architetti.
Il fatto che sia stata un'iniziativa motivata da parte dell'industria, della produzione, è ciò che ha dato a questo evento un contatto con la realtà molto forte, cosa che può spiegarne la durata, dal '55 -'60 fino ad oggi, mezzo secolo.
C'è stata una congiuntura di fattori che ha giocato a favore, l'istinto degli industriali, il periodo storico, la voglia di dedicarsi alla produzione in serie, qualcos'altro che crede abbia influito?
In quel periodo a Milano c'era una struttura potentissima di piccoli artigiani, che sono stati preziosissimi. Preziosissimi perché hanno consentito a noi di fare, non dico con le nostre mani, ma con le loro, i nostri modelli, capendo se potevano uscire dallo stampo oppure no. Tante cose ci venivano solo dalla presenza di qualcuno che sapeva adoperare le mani in maniera straordinaria.
Ci sono ragioni specifiche per le quali questo fenomeno nasce e si sviluppa a Milano?
Perché nasce a Milano? Nasce a Milano perché, come le dicevo, Milano era una città circondata da una fitta rete di artigianato molto qualificato, che si stava trasformando in produzione industriale. Questo rapporto è stato generato dalla natura stessa della città, circondata com'era da una corona artigianale tanto importante e capace.
Lei pensa che sia stato un periodo speciale, difficilmente ripetibile?
Io conosco abbastanza bene il mondo del design, però non ho mai trovato alcunchè, anche girando il mondo, come mi è capitato di fare, per il mio lavoro, di simile a quello che era avvenuto qui in quegli anni.
Come sono nati i suoi primi progetti, e le sue relazioni con i grandi gruppi industriali?
E' successo che nei '60 io avevo appena finito la Triennale, per la quale avevo diviso, con Ignazio Gardella, la responsabilità artistica.
Mi hanno chiamato per disegnare delle cose, degli oggetti. Ricordo, ad esempio, Artemide. L'Artemide era formata da tre persone, Gismondi, sua moglie e un'altra persona, finiva lì. Da lì in poi abbiamo cominciato a diventare amici. E' stato un continuo scambio. In quel periodo c'è stata la dimostrazione del grande merito degli industriali che hanno capito che qualche cosa cambiava, e che bisognava trovare qualcuno che li aiutasse a cambiare. Fino a quel momento facevano mobili stile Cantù.
E com'era in pratica il vostro rapporto?
Non era un lavoro fatto solo in studio, ma fatto soprattutto fuori, e con un rapporto molto particolare. Ricordo che, alle riunioni, intorno ad un tavolo c'erano 7 o 8 persone, partendo dal presidente della società, per poi arrivare all'esperto nel mercato del sud-est Asiatico, all'esperto falegname, fino a quello che sapeva tutto sui metalli. Era ed è un continuo colloquio che, in fondo, è la forza del design. Quando un tecnico mi dice che è meglio fare una cosa in un certo modo, se non sono scemo la faccio così, vorrà dire che poi, sarà mio compito fare una cosa che mi piace.
Secondo lei il design deve rivolgersi sempre ad un grande pubblico?
Ho sempre pensato che la cosa interessante riguardante il design potesse essere ciò che ci ha insegnato la Bauhaus, e cioè il fascino della produzione in grande numero.
Noi tutti facciamo parte di una cultura industriale, per quale ragione non dovremmo pensare anche ai mobili della casa, seguendo la logica della civiltà industriale? Infatti, il grande numero è quello che dà un senso al design, cioè un oggetto prodotto per tanta gente, che così può trovare nel design ciò che cerca da mettere in casa.
Secondo lei esiste un solo modo di fare design? E, se ne esistono vari, quale è il suo?
La cosa interessante è che puoi farne di due tipi: c'è lo STYLING DESIGN, per intenderci quello delle macchine americane anni'70, in cui l'aggiunta di una decorazione, diciamo cromata, determina il modello dell'anno successivo, dove il cambiamento nell'oggetto non ha niente di sostanziale. Questo non mi è mai interessato. Poi c'è il CONCEPT DESIGN, cioè un disegno che parte da un preciso concetto esecutivo-funzionale, ed è talmente semplice da dare la caratteristica all'oggetto. Tanto che, mi è capitato, ma è capitato anche a molti altri, di poter avere un rapporto tale in cui potevi spiegare per telefono il perché un oggetto veniva progettato e anche come doveva essere fatto. E tutto questo perché l'oggetto in questione era, di per sé, concettualmente semplicissimo.
Nelle sue interviste lei parla spesso di semplicità, come di una caratteristica essenziale in un buon progetto..
Semplicità significa totale mancanza, non tanto di decorazione, ma di decorazione sovrapposta, ridondante e inutile. Non è nulla di questo. Se adesso esaminiamo in un libro tutti gli oggetti creati da coloro che hanno dato vita all'Italian design, ci rendiamo conto innanzi tutto che erano cose l'una diversa dall'altra, e poi che grande parte di questi avrebbero potuto essere spiegati senza disegno, tanto partivano da un concetto semplice. E' sempre il dettaglio concettuale che attira l'attenzione della gente: "Guarda, questa cosa mi potrebbe servire per questa, per questa e per quest'altra ragione". Questo è il design che mi piace, il CONCEPT DESIGN.
Se le chiedessi quale oggetto vorrebbe aver progettato lei, uno che riassuma i suoi "credo" in materia di design?
Io risponderei: "L'ombrello". Penso che chi ha inventato l'ombrello sia straordinario. Tra l'altro, ai tempi, la chiesa proibiva di coprirsi la testa perché questo impediva al Padreterno di mandare giù acqua e far bagnare la gente.
Perché proprio l'ombrello?
Per la semplicità dell'ombrello, il niente dell'ombrello, la tensione dell'ombrello, che lo rendono l'oggetto che io vorrei aver disegnato più di tutti. Invece, ho finito per disegnare quella scemata di lampada, l'Eclisse, che però dura ancora, perché ha segnato, anche con le scottature sulle dita, qualche generazione. Questa è un bella soddisfazione, ti dà il senso dell'oggetto prodotto perché, evidentemente, rispondeva a una qualche necessità che non aveva niente di stilistico.
Da anni lei si divide tra il lavoro di architetto e quello di designer, cosa le piace in uno e nell'altro, le danno soddisfazioni diverse?
Io ho fatto tante case a Milano. Quando la gente sceglie di abitare in una delle case che ho progettato, ci va perché è di 2 locali, di 3 locali, ha 2 bagni, è vicina o lontana dall'ufficio, poi, quando esce di casa, in genere non sa neanche di che colore sia all'esterno; però, se va in un negozio e prende una mia lampada, allora vuol dire che il suo ragionamento è stato: "ma guarda che scemata, è di una semplicità, avrei potuto farla io", che è il più bel complimento che io possa ricevere. Entra, la compra, la paga, la porta a casa, influenzerà in qualche modo la sua vita, se gli piace è perché ha intuito che là dentro c'è qualche cosa, che poi è la semplicità, la cosa più complicata del mondo.
Parliamo un po' di viaggi, lei crede che siano importanti per la sua creatività?
Ho dovuto e ho voluto viaggiare, posso dire di aver girato il mondo abbastanza bene. Mi è servito enormemente, ma mi è servito enormemente soprattutto un viaggio che ho fatto quando ero ancora giovane, avrò avuto 34-35 anni.
Di che viaggio si tratta?
La prima volta che ho visto New York, avevo 34 anni ed ero stupefatto da questa incredibile metropoli, mi aveva fatto impressione vedere che le donne fumassero per strada, o scemenze del genere.
E perché è stato così speciale per lei?
Quel viaggio mi ha dato molto, mi ha dato in anticipo, e questa è una gran fortuna, la visione di un mondo di cui avevo solamente letto, e che poi ho visto nel corso del mio lavoro, quindi è stato abbastanza importante.
Ma, soprattutto, un viaggio è quello che ti apre la testa, un pochino come il latino, ti aiuta ad imparare che ci sono cose molto importanti, cose che gli altri fanno molto meglio, cose che si potrebbero fare meglio: insomma il viaggiare ti dà un'esperienza da liceo classico.
Le dispiace parlarmi della parte sentimentale della sua vita, dell'aspetto emotivo?
Credo che non si possa vivere senza emozioni. Quando qualcuno ti dà un'emozione, gli sei grato per tutta la vita. Poi le emozioni sono uguali nella poesia greca, nel cinema, sono la Messa in sol di Mozart, sono gratitudini che hai verso la vita.
La nostra cultura viaggia inevitabilmente verso la volgarizzazione delle cose, la massificazione è imperante, la televisione livella tutto, che ne pensa?
Penso che, ormai, la vera realtà informativa sia la televisione, e a quanto sia sparito il libro. Intanto in Italia si pubblicano un'enormità di libri, che poi, però, non si vendono. Poi la gente non legge, non legge anche perché è stanca, così guarda la televisione, che io temo sia un pericolo immenso, soprattutto per i ragazzi. Mi auguro che i miei nipoti la vedano poco.
Dopo la volgarità parliamo della raffinatezza, per lei è importante, una questione di stile?
La raffinatezza ha a che fare semmai con la semplicità, non con lo stile.
Ha una citazione che ci aiuti a capire il suo modo di pensare e lavorare?
"L'architecture c'est des ruines".
Mi può spiegare ?
E' una frase detta da Perret, August Perret, che è stato il primo ad applicare le costruzioni in cemento armato. Io credo che abbia voluto dire, anche lì, che la semplicità e il concetto sono la base del disegno e dell'architettura.