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In me c’è e c’è sempre stata la voglia di fare il contrario, ma non per fare l’anarchico. Perché penso che alla base del progetto ci stia proprio pensare al contrario.




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Le avventure di Castiglioni - I geniali allestimenti per lo showroom De Padova
Curiosità, affetto, voglia di giocare: Achille Castiglioni nei suoi allestimenti per De Padova.


Achille Castiglioni
Achille Castiglioni
Achille Castiglioni
Intervista 2° parte
  

Qual’è il metodo Castiglioni nel progettare?
Bisognerebbe progettare partendo da quello che non si deve fare per poi trovare alla fine quello che si deve fare. Cancellare, cancellare, cancellare e alla fine trovare “un componente principale di progettazione“; certe volte può essere il rapporto con l’industria che lo determina, che porta alla scelta di un materiale che non è a priori deciso, ma che viene scelto alla fine del progetto.
Noi Castiglioni, mentre progettavamo, eravamo contro l’invadenza del disegno, eravamo alla ricerca del tratto minimo che serviva alla funzione; volevamo arrivare a dire “meno di così non si può fare” .
 
Si considera un ribelle dell’Architettura?
In me c’è e c’è sempre stata la voglia di fare il contrario, ma non per fare l’anarchico. Perché penso che alla base del progetto ci stia pensare il contrario ecco. Forse è questo che fa individuare un carattere di giovinezza nel mio lavoro, non so.
 
Cancellare, semplificare per trovare l’essenziale. Per esempio?
Una caratteristica Castiglioni è forse quella di non farsi prendere dal preconcetto, essere liberi di progettare quello che va bene, anche se cos’è quello che va bene è difficile da dire.
Guardi questa lampada, la Luminator. Ecco, secondo noi meno di così non si poteva fare, è un tubo a tre gambe con una lampadina messa sopra. Quest’essenzialità è quella che fa l’oggetto, che crea un rapporto di reciproca simpatia tra chi l’adopera e chi l’ha progettato.
Molto spesso noi Castiglioni ci prendiamo anche un po’ in giro.
Una cosa di cui io sono convinto è che gli oggetti devono fare compagnia.
La lampada Arco nasce proprio con l’idea di cambiare il punto luce in casa. Il componente principale di progettazione è, in questo caso, la posizione del punto luce-soffitto e allora bisogna farne una con un braccio che ci arriva. La forma minima era giusto un profilato di alluminio con una piccolissima sezione ad U che parte dalla base alla sorgente luminosa. Del resto le lampade stradali di una volta erano tutte così, con il loro palo e la loro sorgente luminosa.
La forza della lampada ad Arco è di aver portato in casa un apparecchio illuminante che poi poteva essere spostato secondo la posizione dei mobili. Qual è, spesso, il difetto dell’architettura? L’imporre una situazione. Così noi volevamo cercare di dare la possibilità, la libertà all’individuo di illuminare, di spostarsi. La base aveva bisogno di essere pesante e allora è intervenuto il marmo, che è anche un materiale bellissimo, però non è stato messo per aumentare il pregio, il lusso dell’apparecchio, ma per poterlo spostare. La base non doveva avere un gran costo, doveva essere prodotta industrialmente. Si sarebbero potute realizzare basi di cemento armato o di altro materiale che poi avrebbero dovuto essere rifinite. Il marmo com’è lavorato oggi è facilmente trattabile e quindi la base è diventata di marmo ma non per aumentare il valore della lampada, perché è ancora la base che costa meno di qualsiasi altro manufatto. Il contrario, quindi, di quello che uno penserebbe.
Molte volte si sente dire che l’oggetto deve divertire, anche questo è un altro preconcetto sbagliato, l’oggetto non deve divertire affatto. L’oggetto deve servire a una funzione, in più se diverte o ha dentro qualche cosa che si attacca ad un ricordo o ad un fatto già esistente va bene, ma che non diventi la componente principale di progettazione! La componente principale di progettazione deve essere la precisa funzione; in un apparecchio illuminante, chiaramente, la funzione è illuminare e quindi luce artificiale e quindi sorgente luminosa di base importante.
Però anche questa scelta della sorgente luminosa non deve essere fatta a priori, deve essere fatta alla fine del progetto dopo aver analizzato le varie soluzioni.
  
Da dove nasce l’interesse particolare dei Castiglioni  per gli apparecchi illuminanti?
Lo abbiamo sempre avuto tutti e tre come fratelli.. però se dovessi dire perché non lo so neanch'io.
Direi che l'interesse parte proprio dal tipo di sorgente luminosa, vuoi fluorescente, vuoi incandescente, vuoi a candela, cioè la luce artificiale ci ha sempre interessato per un fatto di ricerca personale per ognuno di noi. La prima cosa è analizzare l'oggetto lampada che fa luce e adoperarla nel modo giusto, non nel modo sbagliato come è successo qui al Castello.
 
Subito nel dopoguerra siete diventati molto attivi a livello professionale. Quale ricorda con maggior piacere tra le tante manifestazioni importanti a cui avete partecipato?
Importante è stata la Tredicesima mostra della radio, era stata sospesa. Prima della guerra ne avevamo già fatte tredici alla Permanente, poi è stata fatta in Triennale e in occasione della ricostruzione delle parti sinistrate della Triennale abbiamo avuto l’opportunità di far parte del comitato organizzatore della mostra.
Soprattutto per mio fratello maggiore è stato molto importante, ha sviluppato il rapporto con la ditta Brionvega e da allora ha realizzato molte apparecchiature disegnate da altri, ad esempio da Zanuso.
Non era ancora partita l’edilizia, è per quello che anche noi siamo “scivolati“ nella produzione degli apparecchi elettroacustici.
Noi eravamo solo progettisti dell’oggetto e quindi la collaborazione tra tecnico, designer e industrie emergenti è stata molto attiva e interessante.
Anche fisicamente, lavoravamo con le mani, soprattutto io e Piergiacomo, mentre Livio era più tecnico.
 
Ad un certo punto Livio, il maggiore, si è separato da voi fratelli. Siete rimasti a lavorare assieme lei e Piergiacomo fino alla sua scomparsa…
Con Livio siamo stati insieme finché lui ha avuto una situazione diversa nel campo della radio. Era andato a lavorare come consulente alla Brionvega, da solo, era proprio un radiotecnico, mentre io e l'altro mio fratello abbiamo sempre fatto design, architettura e ambienti.
Quando è mancato mio fratello Piergiacomo ho attraversato un momento difficile perché, da com’ero abituato a lavorare in due o in tre, mi sono trovato solo. E’ stato molto faticoso superare la mancanza di un appoggio molto importante, ho vissuto un momento di inciampo e di isolamento per un anno o due.
Lo rispettavo molto e anche lui rispettava me, è come se ci fosse ancora perché eravamo molto, molto affiatati.
Dino Buzzati ci aveva paragonati a un corpo con una testa sola.
 
E’ daccordo nel definire, lei e i suoi fratelli, più designer che architetti?
Nel dopoguerra il momento di crisi edilizia ci ha trovati disponibili, pronti, noi fratelli Castiglioni, con la nostra passione per l’oggetto prodotto in grande numero; ci siamo un po’ staccati da quella che era l’architettura, nonostante abbiamo realizzato le scuole Professionali di Vimercate, la Chiesa di San Gabriele a Milano, la sede della Camera di Commercio e l’esposizione della Permanente…
 
Lei disegna oggetti di successo da ormai moltissimi anni, è tra i padri fondatori dell’Italian Design, i suoi oggetti sono esposti nei più famosi musei del mondo. Alla luce di tutto questo che valore da all’esperienza?
Oggi io posso giudicare che l'esperienza non da certezza né sicurezza, ma anzi invece aumenta la possibilità di errore. E' meglio ogni volta ricominciare da capo con umiltà perché l'esperienza non rischi di tramutarsi in furbizia.
 
Quale giudica sia lo stato del design italiano?
C’è meno voglia di pulire gli oggetti, anzi si sovraccaricano di altre connotazioni che non sono quella della semplice funzione.
 
Qualche consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la carriera di designer?
Ai giovani che si interessano dei problemi della progettazione nell'industria del design devo dire che se non sono curiosi possono lasciar perdere di interessarsi a questo settore della produzione.
Se non vi interessano gli altri, ciò che fanno e come agiscono, allora quello del design non è un mestiere per voi.
 
Nei confronti di cosa devono essere curiosi?
Cosa devono guardare? La strada, il cinema, la tv è lì che si impara a osservare criticamente i gesti ovvi, gli atteggiamenti conformisti, le forme scontate. Per scoprire cosa? Per scoprire che si può fare altro.
 
Altri consigli?
Direi loro di non credere di essere gli inventori del mondo... non è così.
Direi di liberarsi dall'ossessione di voler ad ogni costo inquadrare tutto, catalogare tutto, giudicare tutto con il metro della tendenza. Bisogna che i giovani si cancellino dalla testa l'idea dello splendido isolamento d'artista.
Un buon progetto non nasce dall'ambizione di lasciare un segno, il segno del designer, ma dalla volontà di instaurare uno scambio anche piccolo con l'ignoto personaggio che userà l'oggetto da noi progettato. C’è un grande lavoro di ricerca nel processo della progettazione.
 
Le è mai capitato di sacrificare la famiglia, gli affetti, al lavoro?
Le persone che mi stanno vicine si arrabbiano un po’ perché, a volte, la mia passione per l’oggetto mi fa dimenticare un pochino la famiglia. Potrei dedicare loro molto più tempo, invece tante volte sono troppo occupato.
 


Immagini
Salone del Mobile 1992: allestimento di Achille Castiglioni per De Padova
Salone del Mobile 1992: allestimento di Achille Castiglioni per De Padova
 Salone del Mobile 1992: allestimento di Achille Castiglioni con tavolino Mate
Salone del Mobile 1992: allestimento di Achille Castiglioni con tavolino Mate
Allestimento Castiglioni Natale '96
Allestimento Castiglioni Natale '96
Natale 1993, allestimento di Achille Castiglioni
Natale 1993, allestimento di Achille Castiglioni
Natale 1997: allestimento di Achille Castiglioni
Natale 1997: allestimento di Achille Castiglioni
Allestimento di Achille Castiglioni
Allestimento di Achille Castiglioni



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