Lo studio sulla fisiologia dei colori con Francio Ford Coppola in "Un sogno lungo un giorno" mi ha permesso di capire qual è la reazione fisica che noi abbiamo di fronte ad un colore. Quando diciamo colore ci riferiamo ad una parte visibile della luce, una parte di energia che vibra su una certa lunghezza d'onda; questa energia, come questa luce, mi tocca o non mi tocca a secondo di come la posiziono, di come la filtro, di come lei si esprime. Noi non la vediamo soltanto con gli occhi ma con tutto il nostro corpo: siamo come delle lastre sensibili dove queste onde che arrivano hanno una reazione che modifica il nostro corpo, il nostro metabolismo, la nostra pressione sanguigna. Di conseguenza di fronte ad un certo tipo di immagine, di fronte ad un certo tipo di luce, di fronte ad un certo tipo di colore cambia il nostro stato d'animo e questo è scientificamente provato.
Con "L'ultimo imperatore" abbiamo cercato di mostrare come nella psicologia di una persona vi sia la possibilità di tornare a rivivere la propria esistenza attraverso un certo tipo di simbiosi tra le età della vita e le età dei colori, ossia quale momento della nostra vita si poteva rappresentare visivamente con un determinato colore. Quindi il rosso può rappresentare il sangue vitale mentre l'arancio i nostri cinque anni e il calore della madre, della famiglia e della casa; il giallo rappresenta i nostri dodici anni, ossia la pubertà, la scoperta della nostra sessualità e quindi la consapevolezza di chi siamo; il verde si identifica con i nostri venti anni, che sono gli anni della conoscenza e dell'apprendimento, come appunto quando il Piccolo Imperatore riesce a conoscere ciò che esiste al di fuori della città proibita, quella che lui chiama la città dei suoni perché la può soltanto sentire ma non vedere, in quanto è stato sempre prigioniero in questo spazio; il blu rappresenta il periodo che va dai 30 ai 50 anni e coincide con l'apice della nostra intelligenza, della nostra capacità di concentrazione e della consapevolezza di libertà: conoscere ed essere liberi. Poi si arriva a quello status di maturità che sono in genere i nostri 60 anni attraverso il colore indaco, che si identifica con un senso di potere e di una certa materialità sulle cose e che precede il passaggio al violetto che interpreta la necessaria sensazione di dover ritornare a rigenerarsi tramite le generazioni e quindi di tramandare tutta la nostra conoscenza a giovani menti che la possano continuare. Questo era in linea di massima l'essenza del racconto "L'ultimo imperatore".
Devo dire che questo secondo spazio della mia vita mi ha dato la possibilità di scoprire queste emozioni.
Ne "La luna" di Bernardo Bertolucci affrontavo la simbologia dei colori, cioè quella che è la nostra visione individuale di un colore. Questo perchè qualsiasi evento nella nostra vita passata, fin da quando eravamo nella pancia di nostra madre, sicuramente ha toccato la nostra psicologia e sicuramente il colore che era associato a quell'evento ci ha segnato in modo particolare. Come dice Platone, ognuno di noi vede in base al contatto che ha con una determinata immagine e questo contatto avviene tramite la propria personalità, quindi tutti quelli che sono stati gli eventi che ci hanno cresciuto li traduciamo in questo tipo di visione vedendo in modo più armonico o in modo più conflittuale un certo tipo di tonalità cromatica.
Quando noi guardiamo un dipinto, un'opera teatrale, cinematografica o televisiva, osserviamo un insieme di immagini con un determinato tono conflittuale o armonico di luce o di ombra che ci danno una certa sensazione. Questo tipo di reazione fisica sicuramente è stata approfonditamente studiata dai costruttori di Las Vegas che sono riusciti a stimolare la pressione arteriosa dell'uomo utilizzando tantissime luci e con toni molto caldi per dare un determinato e continuo bombardamento di energia tale che l'uomo non senta il bisogno del normale relax e riposo che prova quando cessa l'irradiazione luminosa del sole. Si riesce quindi a ricreare una luce solare artificiale che provoca una continua eccitazione e, di conseguenza, stimoli che spingono a continuare nel gioco. Quello è stato, diciamo, il motivo centrale figurativo che ho tentato di esprimere in "Un sogno lungo un giorno". Prima di parlare dello scrivere con la luce devo purtroppo fare un piccolo riassunto perché penso sia un passaggio necessario. Quello che io ho visto nei vari seminari che ho fatto in tutto il mondo, sia negli anni da studente che negli anni da professore, è che tutte le scuole mondiali educano le persone che affrontano la mia realtà professionale, cioè la cinematografia, in modo prettamente tecnologico: non c'è un'educazione sulla conoscenza dei significati delle cose, non viene analizzata quella relazione molto importante e forte che si ha con l'operare con le altre arti.
Quindi è stata un po' una mia necessità cercare di colmare questa lacuna e, in trent'anni, ho fatto una serie di ricerche e di studi proprio per comprendere e conoscere meglio la filosofia della visione, per conoscere meglio le origini della cinematografia, che sono fondamentalmente la fotografia e la pittura, per capire meglio quello che rappresenta la storia dell'arte e quindi il percorso che l'uomo ha fatto in tutte le arti visive: insomma per acquisire più informazioni possibili sull'architettura, sulla scultura, sulla musica e sulla psicanalisi.
Sono tutti campi con cui chi opera nel mondo del cinema o delle arti visive si trova ad interagire, e questo in modo inconscio. Nel rinascimento ciò avveniva in modo molto più cosciente, perché, per poter arrivare a conoscere il significato delle cose, si studiavano le filosofie orientali o la filosofia greca ma, purtroppo, questa cultura si è persa un pò nel tempo.
Grazie a questa mia ricerca ho raccolto, negli anni, diversi scritti, opinioni, formule, poesie, immagini, pitture ed ho iniziato pian piano ad analizzare l'uso che io ne facevo film per film.
E' stata una ricerca continua che mi ha direttamente aiutato ad esprimermi in ogni film e, continuandola nel tempo, mi sono reso conto che questo raccogliere, questo riordinare gli scritti, le immagini, le fotografie, i dipinti e altro seguiva una sua forma strutturale che era parallela allo scorrere della mia vita e delle mie esperienze.
Così, iniziando ad esprimermi in scenografia nel 1968 con "Giovinezza, giovinezza" che è stato il primo film in bianco e nero, nei primi dieci anni della mia evoluzione espressiva, mi sono molto concentrato sulla comprensione del rapporto tra la luce e l'ombra e ho totalmente impostato il mio lavoro sull'analisi di questo rapporto e questo fino alla realizzazione di "Apocalypse now".
Da qui ho sentito il bisogno di capire meglio com'era formata questa essenza, questo elemento, questa materia, questa energia visibile che io usavo, che è la luce. Sono stato un anno in una casa a studiare, a tornare su i miei studi antichi e a affrontarne degli altri e ho scoperto il mondo dei colori.
Da lì ho ripreso, seguendo questo nuovo stimolo di conoscenza, la via espressiva.