"Philippe Starck, nel design oggi c'è crisi o c'è solo cambiamento?"
Ancora una volta è un problema puramente mediatico. I giornalisti hanno bisogno di dire che c'è la crisi, il successo, l'implosione, l'esplosione… io la crisi non la vedo. Non ci sono mai stati tanti giovani buoni designer, le aziende d'arredamento stanno sostituendosi alla moda, basta vedere i tentativi e l'interesse proprio nell'acquistare aziende che si occupano di mobili. No, non c'è crisi. Ciò che vedo ora è che finalmente si sta facendo un po' di selezione. Negli ultimi 10/15 anni tutti sono diventati designer e non c'è posto per tutti. Una selezione è normale.
Ci sono aziende che si sono buttate sul design solo per soldi, perché il design arricchisce, ma oggi non c'è più posto per falsi prodotti. Invece credo che sia il momento dei buoni designer e delle buone aziende.
Io vivo delle royalties, quindi se si vende, vivo bene, se non si vende non ho niente da mangiare. Le royalties negli ultimi 15 anni sono aumentate vertiginosamente, oramai siamo vicini alle cifre del prêt à porter. Quindi, ripeto, non saprei proprio dire dove sta la crisi. E' vero invece che c'è un riequilibrarsi delle cose, una pulizia necessaria. Un po' come è accaduto con internet: tutti avevano uno start up, tutti guadagnavano miliardi con internet…
C'è una relazione privilegiata tra designer e produttore o inevitabilmente vi partecipa anche il pubblico, che oggi sarebbe forse meglio chiamare spettatori?
Non credo che il design stia nel rapporto tra imprenditore e creatore, sarebbe un gioco masturbatorio, narcisista e inutile perché alla fine qualcuno si deve sedere sulle sedie, ne deve avere voglia, esserne contento. Il nostro ruolo è quello di provare, è il lato genuino, candido del design: cercare di portare un miglioramento alla qualità della vita. Dunque, ancora una volta la priorità siamo noi, non l'oggetto, ma noi esseri umani. Dunque il vero punto per un designer è domandarsi come può aiutare la nostra tribù culturale ad avere una vita migliore. Io credo che il problema non è più la quantità, ma la qualità, so che lo scopo non sono l'oggetto, la materia o il prodotto, ma siamo noi. Resta la relazione tra designer e editore che è estremamente importante perché è una relazione amichevole, onesta, di fiducia che permette di avanzare. Oggi se non avessi gli interlocutori formidabili che ho, che mi comprendono anche nei dettagli, sarebbe difficile portare avanti un'idea un po' balzana, strana, contro tendenza, non alla moda. Invece mi danno credito ed in effetti è sempre un grande successo. Per questo il rapporto tra designer e industria è fondamentale e a questo livello esiste solo in Italia. Il famoso Italian Design continua ad esistere attraverso i produttori italiani che sono i migliori del mondo, anche se oggi i designer sono stranieri.
In passato sembrava che il designer fosse il depositario dell'idea del bisogno, della funzione: oggi mi pare che chiunque possa scegliere. Che ne pensa?
Io ho sempre detto che il solo stile accettabile è la libertà. La teoria del prodotto unico per soddisfare un consumatore unico, teoria americana nata dopo la seconda guerra mondiale, è completamente obsoleta e idiota ed è fallita. Anche le case automobilistiche, che non sono le più rapide a recepire i cambiamenti, lo hanno capito. Tutto il mercato è andato in questa direzione: credo che sia un'ottima cosa che oggi ci siano una moltitudine di imprenditori e designer che creano uno stile proprio. Ci sono stati molti movimenti, delle vere e proprie catastrofi, ma al di là delle correnti, delle mode idiote che in generale soddisfano gli idioti, oggi ci sono proposte multiple che permettono di avere il prodotto che corrisponde perfettamente al codice della vostra tribù culturale, della vostra comunità culturale, perché oggi il mondo non è più organizzato in geografia, in paesi, ma in tribù culturali.
Prima parlava della grandezza del produttore italiano: crede che oggi ci sia un design americano, cinese, italiano o giapponese che faccia proseliti in tutte le culture?
Come le dicevo, non siamo in un paesaggio geografico, ma culturale e i designer sono i rappresentanti delle tribù culturali; io ne rappresento una, Marc Newson un'altra, Ross Lovegrove un'altra, Zahi Hadid un'altra ancora. Ciascuno ha la sua tribù, estremamente precisa. Si possono fare dei sottoinsiemi, ma in ogni caso ora si parla di persone che hanno una comune identità e non più di paesi.
Il design americano non esiste, quello giapponese è sparito con la morte di Shiro Kuramata. Oggi rimane un po' di design francese, uno, ma proprio un designer australiano, qualche inglese che spesso cade nella moda del minimalismo e poi restano per fortuna un po' di italiani. Qualche irlandese, qualche tedesco, qualche spagnolo, ma non sono che individui isolati.
In realtà il design di qualità, creativo, innovatore, è rappresentato nel mondo da 10 persone in tutto.
Quindi è più corretto parlare di stile o di design ?
Io non avrei mai potuto parlare di stile perchè lo stile rientra nei domini culturali, i domini culturali rientrano nell'idea di moda, la moda rientra nell'idea di passar di moda e il passar di moda rientra nel sistema consumista. Dunque tutti gli stili sono strutturalmente pericolosi: ad uno se ne sostituisce un altro col risultato che la gente cambia poltrona solo per ragioni mediatiche e non perchè non sia più funzionale o altro. La cambia anche se ci sta seduta bene. E' questo che causa la fine della moda e di tutte le grandi marche. Non si può essere così irrispettosi della gente, non si può cambiare idea ogni 6 mesi, non si possono avere verità una dopo l'altra. E' nell'interesse del design coltivare la volontà di longevità che abbiamo in noi e la longevità è uno dei parametri più moderni e più eleganti, opposto a questa bulimia della moda.
Quindi alla domanda stile o linguaggio risponderei né l'uno né l'altro, o comunque linguaggio perché ogni designer, ogni tribù ne ha uno proprio.
Quest'anno ha disegnato una sedia in carbonio…
Non è molto importante, non fa parte degli oggetti semantici come ho l'abitudine di fare, è una precisazione, è un exploit tecnologico, un simbolo di reale modernità. Prima era fatta a mano, con procedimenti ultracari ed era inaccessibile se non per 5 collezionisti. Ora abbiamo trovato un metodo che permette di realizzare meglio e a prezzi abbordabili lo stesso oggetto. Quindi possiamo dire che oggi tutti o quasi possono avere sedie al carbonio.
Questo è un bene perché è un bell'oggetto, anche se non è così politico come in generale le mie realizzazioni.
Che la tecnologia divenga accessibile è semantico, è un valore. Torno al mio credo: ho passato la vita a combattere la parte elitistica del design e anche se non sono il miglior designer del mondo, almeno sono il solo che è riuscito a ucciderla. Ucciderla mi ha impegnato 20 anni: e di una sedia che costava più o meno mille 1000 $, e di cui tutti erano molto contenti tranne me, sono riuscito a fare un oggetto da tre zero in meno. E questo cambia definitivamente il senso, cambia persino la parola, si distrugge il concetto. Questo grazie alla mia volontà e alla tecnologia. Si vendono sedie formidabili, culturalmente e tecnicamente, a quasi niente. Ecco perché la sedia al carbonio fa un po' parte di questo cambiamento.
Non crede che disegnare oggetti particolari, di cui le riviste parlano, renda più visibili gli oggetti di consumo? Più quotidiani, più normali?
L'elitismo non è mai servito a niente, l'elitismo è strutturalmente volgare. La volontà di fare un prodotto raro quando si può invece moltiplicare direi che è una volgarità dell'animo. Si decide che certe persone non ne abbiano accesso: questo è inumano. I media hanno bisogno di immagini forti e allora recuperano oggetti emblematici ma completamente staccati dalla realtà. E' molto più interessante mostrare oggetti ben fatti che costano 2 dollari. Le parlo della mia esperienza: io lavoro ai due estremi. Sto facendo una barca a motore rivoluzionaria che vale 300 milioni di dollari, un oggetto assolutamente incredibile, un laboratorio di ricerca galleggiante. D'altro canto continuo a fare dei biberon da 2 dollari per le giovani madri di Atlanta. Per me sono progetti complementari: ma se dovessi scegliere tra i due evidentemente sceglierei l'oggetto a 2 euro, perché è dove c'è l'umano che sta la bellezza.
Non crede che un oggetto così straordinario, che costa cifre iperboliche, trasmetta una sorta di valore anche sull'oggetto comune che comprerà la madre di Atlanta?
Tutti hanno bisogno di sogni, di obiettivi e quindi creare delle immagini emblematiche suona assai pratico, ma non è sufficiente. Non dimentichiamo che 20 anni fa il design era fatto solo di oggetti emblematici, cari, assolutamente ben fatti, ma riservati ad un'élite, ricca e informata.
Dostojeski diceva che la bellezza può salvare il mondo. E' d'accordo?
Non la bellezza, la bontà, pas la beauté, la bonté. La bellezza è una trappola culturale, estremamente perversa e pervertita di cui uno fa un po' quel che vuole. La bellezza implica l'ammirazione e quando uno ammira qualche cosa questo lo abbassa, lo pone al di sotto. La qualità è semplicemente quando un oggetto, un ambiente, un luogo va bene per voi, vi lascia spazio per vivere, vi lascia esprimere. Rimpiazziamo il bello con il buono e settori interi dell'economia basati sul consumo sfrenato crolleranno, perchè oggi la bellezza è la grande complice del consumismo.
Amore è una parola difficile, spesso retorica che si trova sulla carta dei cioccolatini, ma un vero valore. Io ho l'impressione che lei ami le persone che usano i suoi oggetti…
Per forza può sembrare ridicolo, da vecchio hippy, we need only love, ma senza generosità non c'è creazione seria. La nostra civiltà è stata fondata sull'idea dell'amore. Tutte le produzioni nascono dall'amore, dalla tenerezza. Io non nascondo che è la sola cosa che mi interessa nella vita privata, nella vita pubblica e professionale.
C'è un oggetto che nessuno le ha chiesto, che non ha mai avuto occasione di disegnare e che ora vorrebbe realizzare?
Non ho alcun desiderio di fare qualcosa in più, ho voglia invece di far meglio, perchè ogni volta che finisco qualche lavoro prendo atto, ahimé delle mie debolezze, della mia pigrizia, del mio cinismo, della mia venalità. Dunque, ogni progetto finito è la constatazione della mia incompetenza e questo mi dà voglia di continuare verso la qualità, non verso la quantità. Oggi io mi oriento definitivamente sempre più verso la creazione concettuale, senza passare dalla materia per arrivare a dei mezzi politici molto più efficaci.
L'ultima mia azienda che ho lanciato la settimana scorsa in Asia, si chiama "The key", la clé, la chiave del potere ai subappalti asiatici, le O.I.M, perché diventino delle O.G.M, dei brand, delle marche esse stesse per ristabilire la giustizia tra l'occidente industriale fatto ormai di involucri vuoti e l'est dove ci sono i lavoratori, l'intelligenza, l'energia. Queste sono cose che mi appassionano incredibilmente. Sono azioni politiche di grande risonanza, molto più interessanti da fare che non una nuova sedia. In fondo siamo molto comodi anche su queste orribili poltrone.