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Ritratto-istantanea, vita, abitudini, opinioni.


Casa Vogue febbraio 1974
Casa Vogue febbraio 1974
Casa Vogue
gennaio-febbraio 1974
La signora è un industriale
  

Maddalena De Padova srotola chilometri di parole, le acchiappa al volo le sistema in concetti, riflessioni, puntualizzazioni, proponimenti, aforismi sulla vita. Anche autocritica: un filo. Uno scioglilingua a trentatrè giri ritmato dalle labbra, dagli occhi, dai muscoli del viso, da tutti i muscoli del corpo. Il balletto va avanti da un bel po' e siccome tu sei l'interlocutore di tanto il tanto il momo s'arresta di botto: "Giusto?" "Giusto", fai in tempo a infilar dentro, e la domanda che hai lì pronta sulla lingua da sparar fuori ritorna in gola. Sarà per la prossima tirata di fiato, e invece no, non ce la fai. Quando d'un tratto s'alza sulle punte: "Oddio che tardi devo correre all'Icieffe!!!". Salta su un'immensa Land Rover: "Continuiamo l'intervista domani: giusto?" "Giusto". Domani chiamo da Porto Cervo: "Perchè non mi raggiunge qui? Avevo bisogno di due giorni di relax; son saltata sul primo aereo prenda anche lei l'aereo continuiamo qui l'intervista". L'intervista. Non prendo l'aereo prendo il telefono chiamo un amico comune. "Aiutami - chiedo a Giorgio Host-Ivessich - Tu che hai lavorato con lei all'inizio, sei mai riuscito a farle una domanda e ad averne una risposta?".  "Mai. E gliel'ho anche detto. Le ho detto: io non sono consulente, sono consolante, perchè sto ad ascoltare. Ma accidenti che donna, non sbaglia un colpo. Ha insegnato più il negozio De Padova in questi ultimi vent'anni che la facoltà di Architettura. La Maddalena ha gusto sicuro. Ha intuizione. Quel che fa lo fa per una reale esigenza d'arte. Aggiungi che quando vede un oggetto sa calcolare di colpo quanto può renderle all'anno".
Quello che segue è una tentativo di sintesi di un'ora e mezzo di intervista a senso unico, di risposte senza domande. A ruota libera. "La gente conosce il negozio De Padova. Ma c'è la ICF De Padova, industria del mobile, a Vimodrone. E c'è un'attività commerciale, il negozio di mobili, in corso Venezia. Due cose diverse, separate, distinte. Io seguo le due cose. E per farlo mi sdoppio. Tutti i giorni. Cominciamo col negozio. Quello attuale in corso Venezia è la prosecuzione del negozio di Montenapoleone che abbiamo aperto io e mio marito negli anni immediati del dopoguerra. Eravamo appena sposati. Lui si occupava di impianti sciistici. E poichè ci piacevano le cose belle e in Italia non si trovavano, siamo andati a comprarle all'estero. Poi ci siamo detti chissà quant'altra gente come noi vuole le stesse cose che qui non trova. E così abbiamo cominciato. Importando oggetti e mobili moderni. Dai paesi Scandinavi. Dall'America. In un secondo tempo li abbiamo fabbricati su licenza. In un terzo tempo abbiamo iniziato la produzione nostra. Di tutto questo si occupava mio marito, io mi curavo del negozio. Quando lui è mancato ho dovuto sdoppiarsi. Non sapevo neinte di tecniche di produzione. Ma non è difficile impadronirsene, purchè trovi qualcuno che te ne parli in maniera intellegibile. E' tutta una questione di linguaggio di comunicazione. Non c'è nulla di misterioso, di difficile. Nell'industria, come nella politica, gli uomini preparati, che conoscono il mestiere che fanno, parlano un linguaggio semplice, chiaro, che tutti possono comprendere. Sono gli incapaci, i mediocri, che nascondono dietro le formule tecniche la loro incapacità. Io vado in fabbrica la mattina, mangio in mensa. Il pomeriggio sono in negozio. Sono due pianeti diversi. Dal pianeta della tecnologia dei numeri astratti torno sul pianeta terra. E mi rilasso. Ritrovo il gusto delle cose concrete, il piacere di toccare un oggetto, il calore del contatto del pubblico. In questo momento devo anche pensare a come arredare la mia casa. Quella nuova. Un attico in Montenapoleone. Un lusso, ma me lo posso permettere, non ho vizi. La mia casa coma la volevo io ce l'avevo in mente a quindici anni. Ma adesso mia figlia si sposa e qualcosa cambia. Le ho preso l'attico accanto al mio. Dunque la casa che faccio adesso sarà fatta su misura per me e per mio figlio che è piccolo, va ancora alle medie. So una cosa, in ogni modo, che sarà una casa senza mobili. Dopotutto siamo stati noi a introdurre in Italia il concetto di interparete. L'arredamento lo faccio coi tessuti, coi colori, coi tappeti, con le moquettes, con la luce. Certo, ci vogliono i posti per sedere e i piani d'appoggio per mangiare e per scrivere, ma niente presenze ingombranti. La mia casa sarà una casa in blue-jeans. Una casa libera. E sempre giovane".
Come lei, signora De Padova. Quando torna dalla vacanza-relax: "Sa come ho passato i due giorni in Sardegna? ride. Imparando tutto sulla pressofusione. Nel mio albergo pensi c'era uno che stampa mobili...".





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