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Progetti: Maddalena De Padova, inizia l’attività nel 1956 con il marito (morto nel 1967) a Milano in uno showroom di via Montanapoleone, introducendo per primi in Italia mobili danesi ed americani. 1958: creazione di ICF (arredamenti per ufficio). 1983: Edizioni De Padova, collezioni di pezzi d’arredo - prodotti firmati (Vico Magistretti, Achille Castiglioni), oggetti Shaker ecc.- esposti e venduti nella sede di Corso Venezia (1965)


Domus ottobre 1995
Domus ottobre 1995
Domus
ottobre 1995
Maddalena De Padova
  

Negli anni cinquanta con mio marito Fernando, che peraltro si occupava di impianti sciistici e alberghi, aprimmo un negozio in Montenapoleone. Avevamo risposto a un’inserzione del “Corriere della Sera”, eravamo giovanissimi, volevamo lavorare insieme e ci piaceva quella strada, che allora era molto esclusiva. Il nostro negozio vendeva porcellane inglesi, Wedgwood ed altre, tappeti Tumbel Twist ed altri accessori. Visitando casualmente una Triennale scoprimmo due oggetti bellissimi: una pesciera di Kay Boysen e una bowl per insalata di Finn Juhl. Non avevamo mai visto degli oggetti così belli e con un’immagine tanto pulita. Partimmo per la Danimarca e scoprimmo questo gusto diverso dell’abitare, così essenziale e poetico, con il piacere della luce, il culto dei fiori, il gusto per i colori chiari e gli spazi ariosi. Stipulammo alcuni contratti di esclusiva di vendita per l’Italia e cambiammo completamente il look del negozio. Ricordo i mobili di Finn Juhl, di Poul Kjaerholm, di Alvar Aalto, di Arne Jacobsen, di Borge Mogensen, di Hans Wegner, le ceramiche di Arabia, i vetri di Iittala, i tessuti e i tappeti di Unika Vaev. La qualità di questi prodotti era straordinaria. Conobbi tutti questi progettisti e ne fui fortemente influenzata. Era un mondo nuovo ed era anche il periodo della ricostruzione - la fine degli anni Cinquanta; i Paesi scandinavi significavano democrazia avanzata, introdurre nelle case questi oggetti era un segno di cambiamento, voleva dire essere moderni. Fu un grande successo. Negli anni Sessanta abbiamo introdotto in Italia i mobili di Herman Miller e abbiamo creato la ICF, industria del mobile moderno. E’ stato molto importante per me conoscere George Nelson, Charles Eames e Alexander Girard, la mitica triade della Miller. Tante cose ho imparato da loro, troppe per poterle riassumere velocemente. Nelson mi ha insegnato a guardare le cose, “how to see”. Charles Eames ha fatto stupendi mobili dove la tecnologia si coniuga con la purezza formale, ma soprattutto mi ha insegnato come sia importante nell’arredare una casa avere un filo conduttore capace di collegare cose diverse: “connection, connection, connection”, amava ripetere.
Girard mi ha mostrato la bellezza che scaturisce dall’accostare mobili moderni essenziali, con oggetti e tappeti d’arte popolare, dove i decori, le lavorazioni e i materiali sono autentici. Nel ’65 lo showroom di De Padova si sposta in un grande spazio di 2000 mq in corso Venezia. Con la perdita di Fernando decisi di occuparmi della fabbrica, anche se non mi era per niente congeniale. Negli anni Ottanta ho ceduto questa attività sperando di avere più tempo per la ricerca e per la parte commerciale. Avevo avuto l’opportunità di inserire i miei prodotti in lavori fatti da bravissimi architetti: a Palazzo Baldi, a Genova, con Fronzoni, all’Università di Urbino con De Carlo, all’IBM con Zanuso, al Centro Diagnostico con Valenti, alla sede della De Beers ad Anversa con Marcello Minale, al Palazzo dei Congressi di Belgrado con Maximovich. Ero contenta di partecipare con i miei mobili a queste belle realizzazioni, alcune delle quali sono ancora attualissime e per nulla datate. Purtroppo il matrimonio con l’acquirente della mia fabbrica non ha funzionato e solo nell’85, libera da impegni contrattuali, ho potuto iniziare la mia collezione. Produrre su licenza significa scegliere oggetti che ti piacciono, mentre lo sviluppo di un nuovo modello richiede un processo molto più lungo il cui esito è incerto fino alla fine. Ogni volta che scelgo un oggetto per il mio negozio lo penso nella mia casa: non venderei qualcosa che non potesse andare bene anche per me. E la scelta, nell’Ottanta, di liberarmi di tutti i problemi connessi alla gestione di un’azienda, di una grande produzione che ha i suoi ritmi e i suoi tempi da rispettare, mi ha lasciato un grande spazio libero da dedicare alla riflessione sull’abitare la casa e l’ambiente di lavoro che sta cambiando moltissimo: rinnovo il piacere di guardarmi intorno e di scegliere quello che mi piace, di accostare spregiudicamene pezzi innovativi e brandelli di memoria, in fondo di ripescare la vecchia idea di mescolare l’arditezza del moderno con la freschezza di un artigianato popolare che, non esistendo tuttavia quasi più, viene sostituito con cose senza tempo, praticamente intramontabili. Io credo fermamente che i buoni prodotti durino nel tempo. Esiste una durata fisiologica di una collezione, e spero che pian piano il messaggio passi, filtri lentamente fino a essere compreso: è un fatto culturale che lentamente entra a far parte delle conoscenze acquisite. Dalla metà degli anni Ottanta a oggi, per esempio, già tante cose sono cambiate, e un certo “design per il design” non ha più senso, è diventato uno stile che ha stancato. Sono sempre stata convinta, e lo sono ancora, che la mia funzione sia quella di proporre soluzioni per case più vere, per atmosfere più sentite, da mettere insieme pezzo dopo pezzo: certi io posso facilitare le cose attraverso una selezione e una scelta armoniosa, ma io in fondo non faccio che invitare all’uso della propria personale capacità di combinazione. Per questo vorrei che il mio negozio assomigliasse sempre di più a un department store, con un repertorio di oggettistica che integri quello dell’arredo, ove sia possibile passare dalla scelta del mobile a quella di un tessuto, di un accessorio minuto ma sempre accostato con lo stesso garbo, sempre ricercato con la stessa cura. E’ come un operare trasversale, uno scavalcare l’oggetto fine a se stesso in vista di una possibile idea globale della casa in cui quell’oggetto sarà collegato: penso cioè all’abitare come a una mescolanza di elementi belli che la storia ha sedimentato. Certo l’epoca delle grandi operazioni di rottura è passata, l’idea di modernità è stata acquisita e certe scelte progettuali non hanno più la carica dirompente che avevano un tempo, non ci si identifica più così strettamente, si sceglie liberamente, ma questo non significa necessariamente assumere un atteggiamento nostalgico, piuttosto sono le condizioni stesse del vivere contemporaneo che dettano i cambiamenti necessari: il lavoro a casa, per esempio, una certa flessibilità degli spazi e quindi dell’arredo, cui deve rispondere una parallela flessibilità dei prodotti e delle offerte. In questo senso la formula delle edizioni, che noi abbiamo avviato nel 1983, si rivela interessante, specie perché offre la possibilità di mettere insieme diverse tipologie di oggetti, capaci di arricchirsi nel gioco delle reciproche relazioni. In tal senso il design rappresenta sempre il fulcro della mia collezione, con i contributi determinanti di Achille Castiglioni, di Vico Magistretti - che firma la parte più rilevante della produzione - e di Dieter Rams. Alle creazioni di questi progettisti amo mescolare cose anonime, come le panche inglesi per giardino o le paglie, tutti modelli semplici e senza tempo. C’è un unico filo conduttore che lega le mie collezioni: tutte devono dare il piacere dell’abitare e comunicare lo stesso piacere agli spazi del lavoro, esprimendo un’alta qualità garantita da quella cura e attenzione che trasformano l’atto del comprare in un momento piacevole, un divertimento, quasi un gioco.






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